La natura

La villa sorge in un contesto agro-forestale tipico della Sila, nascosta alla vista di coloro che percorrono la strada SP 247 ed offre ai suoi visitatori uno spettacolo unico: circondata da pascoli, prati e terreni agricoli davanti, protetta ad ovest dai boschi con alti fusti di pini e ancora boschi di ontani e pioppi, che seguono il corso del piccolo ruscello che scorre lungo il confine sud. Il tutto avvolto in un’atmosfera magica, sospesa nel tempo, dove il silenzio è rotto solo dal fruscio del vento che attraversa la pineta e dai suoni della fauna locale: nei cieli domina l’astore (Accipiter gentilis), lo sparviere (Accipiter nisus), la poiana (Buteo buteo). Il picchio nero (Dryocopus martius) ed il picchio rosso Picoides medius/major), il colombaccio (Columba palumbus), lo scoiattolo (Sciurus vulgaris), si muovono agilmente tra gli alberi. Non di rado si possono avvistare gatti selvatici (Felis sylvestris), cinghiali (Sus scrofa), martore (Martes martes), faine (M. foina), puzzole (Mustela putorius), donnole (M. nivalis), tassi (Meles meles), lepri (Lepus italica), volpi (Vulpes vulpes). Mentre il lupo (Canis lupus) ed il capriolo (Capreolus capreolus), anch’essi presenti, preferiscono mantenersi a debita distanza, mimetizzati nella vegetazione.
Oltre alla ricchezza faunistica, la flora offre una biodiversità costituita da fustaie pure di pino laricio, miste di pino laricio e faggio, nonché di ceduo di castagno, di probabile origine artificiale. Il sottobosco, durante tutto l’anno nasconde piccoli tesori, per il piacere di chi ha la pazienza di cercarli: così in estate fanno capolino fragoline e more; in autunno molto apprezzati sono i funghi, su tutti il porcino, presente sull’ Altopiano nelle sue tre specie: Boletus edulis, Boletus aereus e Boletus pinophilus, tanto che la Calabria, viene considerata come la prima regione italiana nella esportazione dei porcini. Anche molto ricercati sono i rositi (Lactarius deliziosus), il Suillus luteus chiamato “vavuso” per la “bava” viscida che ricopre la cuticola del suo cappello; il fungo Macrolepiota procera, detto “mazza di tamburo”, il Ramaria aurea, in dialetto “civita” o “cierru e’ gallu” per la sua forma che ricorda la cresta di un gallo.
Il dott. Renato volle affiancare alla già nutrita flora spontanea, alcuni alberi da frutto: meli, peri, noccioli, susini, noci e castagni.
I terreni antistanti la struttura sono in parte destinati al pascolo, i restanti spazi sono invece destinati alla coltivazione ecosostenibile di patate ed ortive che, anche grazie all’impiego di serre, consentono di coltivare pomodori a 1200 m di quota!